Martedì, 29 Novembre 2016  |  SITO AGGIORNATO AL 7/11/2016

Scuola di Specializzazione in 

PSICOTERAPIA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE DI GRUPPO

 In Fase di Autorizzazione presso il Ministero dell’Istruzione,  dell’Università e della Ricerca.

In programmazione per

Gennaio 2017

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Associazione Italiana Psicoterapia Cognitivo Comportamentale di Gruppo
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PRESENTAZIONE

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Nonostante gran parte della nostra esistenza sia contrassegnata dall’esperienza di appartenenza a gruppi – attraverso i quali sviluppiamo il senso della nostra identità sociale, personale e lavorativa – l’interesse scientifico per lo studio dei fenomeni che riguardano la dimensione del gruppo in psicoterapia, in particolare in ambito cognitivo, si è sviluppato solo negli ultimi anni.
La parola  gruppo ha origine  dall’italiano medioevale groppo = nodo che, a sua volta, deriva dal germanico truppa = massa rotonda; quindi entrambe le parole  hanno in comune l’origine dell’idea di un tondo. L’etimologia, dunque, indica  due direzioni di significato: il nodo e il tondo. Il senso di nodo allude alla aggregazione tra i membri del gruppo. Tondo, rimanda ad una riunione di persone o, per conservare la stessa immagine, un circolo di persone. Generalmente viene costituito un piccolo gruppo di persone (8-10), con uno psicoterapeuta; e a volte con alcuni co-terapeuti. Questo aspetto la differenzia molto dalla classica pratica psicoterapeutica dove c’è un rapporto esclusivamente duale (analista – paziente). (Lo Verso G. e Vinci S. 1990).
La psicoterapia cognitiva comportamentale di gruppo utilizza tecniche quali: l’apprendimento strutturato del gruppo (Social Skills Training), il racconto delle storie di vita, l’assunzione di ruolo (role-playing) e tecniche di autoconsapevolezza di gruppo della Mindfulness. Inoltre si utilizza lo Psicodramma:  i partecipanti “drammatizzano” una vicenda di vita di un membro del gruppo, che è affiorata durante una  discussione collettiva. Ciascuno “recita” uno dei personaggi. Il protagonista “recita” sia se stesso che il ruolo antagonista. Al termine dell’esperienza in gruppo ognuno “restituisce” i propri vissuti per poi lasciare spazio ad un dibattito collettivo.
La psicoterapia cognitivo comportamentale di gruppo (CBGT) si caratterizza per un forte accento sulla interazione e cooperazione tra i partecipanti al gruppo, piuttosto che quella tra terapeuta e singolo partecipante; il partecipante ha infatti, in questo approccio, un ruolo fondamentale nel raggiungimento di risultati positivi. Questa forma di terapia prevede un programma di psicoterapia semplice, rapido e operativo, caratterizzato da tempi brevi e da modalità chiare: un ciclo che può durare anche solo poche decine di incontri. Per molti dei disturbi psicologici, oggi abbiamo a disposizione un pacchetto di programmi di psicoterapia di gruppo agile, semplice, rapido e operativo, tale da poter essere svolto agevolmente e a costi contenuti sia nelle strutture sanitarie pubbliche e private che negli studi professionali specialistici.
La Psicoterapia di Gruppo Cognitivo Comportamentale si basa sugli stessi principi del trattamento individuale, infatti il più delle volte viene integrata con il trattamento individuale, migliorando e rendendo più stabili i benefici del percorso intrapreso. Studi scientifici hanno dimostrato come l’integrazione di un percorso individuale e di gruppo incrementano l’efficacia e la stabilità dei risultati della psicoterapia in molti disturbi e disagi psicologici. Solitamente la Psicoterapia di Gruppo si prefigge di unire alla psicoterapia individuale la forza della condivisione e del confronto con persone che vivono difficoltà simili, attraverso una maggiore consapevolezza del disagio oltre all’acquisizione di specifiche tecniche che permettano di riconquistare il benessere psicologico.

Concludendo la Psicoterapia Cognitivo Comportamentale di Gruppo è un trattamento che ha ormai dimostrato la sua utilità non solo nella prevenzione del disagio giovanile, ma anche in molti disturbi psicologici tra i più diffusi oggi: nel bullismo, nella prevenzione primaria e nel trattamento delle tradizionali (Alcoolismo e Tossicodipendenze) e delle nuove Dipendenze (sessuali, da gioco), nei disturbi dell’Assertività (fobie sociali, fenomeni di bullismo, ecc.), nei disturbi di Panico con Agorafobia ed, in particolare, in molte forme depressive. Stanno inoltre avendo un grande successo I gruppi di psicologia positiva e i Corsi di Educazione all’Ottimismo. Il modello di psicoterapia cognitivo comportamentale di gruppo utilizza diverse tecniche: l’apprendimento strutturato del gruppo di SST (Social Skills Training); Il Problem Solving Training; La Riabilitazione Emozionale Cognitiva; il racconto delle storie di vita; l’analisi narrativa (Training Stress-Vulnerabilità-Coping); l’assunzione di ruolo attraverso il role-playing e le recenti tecniche di autoconsapevolezza di gruppo della Mindfulness (Mindfulness-Based Cognitive Therapy). Un po’ tutte queste tecniche si caratterizzano per la proposta di un’applicazione pratica, un mezzo concreto per favorire la partecipazione e la comunicazione e si rivelano efficaci, sia a livello personale sia a livello di relazione interpersonale, per il raggiungimento delle dinamiche e delle caratteristiche proprie dei gruppi.
Nell’elaborazione della psicoterapia cognitiva di gruppo il classico trattamento antidepressivo viene potenziato grazie alle strategie meta-cognitive di decentramento (favorendo cioè la comprensione emotiva del “mettersi al posto dell’altro”), e di “mindfulness” (attenzione consapevole, intenzionale e non giudicante alla propria esperienza nel momento in cui viene vissuta). In questo modo la persona che soffre di depressione può uscire velocemente dal suo isolamento cognitivo e affettivo in maniera morbida, e ricostruire pian piano una trama di emozioni positive, centrate sul qui ed ora e sulla ristrutturazione in positivo della visione di sé, del mondo e del futuro. Nell’esecuzione del programma si indicano con chiarezza gli esercizi da svolgere, sia nelle sessioni di gruppo sia come “compiti a casa” individuali (homework) tra una seduta e l’altra. Le capacità cognitive, comportamentali ed emotive sono così ampliate e riattivate, con una riduzione significativa delle rimuginazioni associate alla depressione.
Ciò che comunque risultato particolarmente importante nella psicoterapia di gruppo, come già nella psicoterapia individuale, è la capacità di ascoltare in modo attivo da parte dello psicoterapeuta.

 

 LA STORIA

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Anche se l’approccio cognitivo comportamentale si rifà alle teorie skinneriane e all’Applied Behavior Analysis, queste vengono integrate dai percorsi classici più prettamente cognitivisti di Beck (Cognitive Therapy) e di Ellis (Rational Emotive Therapy), nonché dei contributi di molti altri autori (Kendall, Meichenbaum, Mahoney e Rachman) che negli anni hanno ampliato il modello, avvalendosi degli incoraggianti risultati delle ricerche scientifiche sulla validità e affidabilità degli strumenti derivati dall’approccio cognitivo nel trattare una molteplicità di disturbi psichici. Le teorie dell’attaccamento (Bowlby, Guidano e Liotti e al.) hanno successivamente apportato sostanziali contributi all’approccio, fornendo ulteriori strumenti esplicativi e di intervento. La compatibilità e lo scambio tra il modello cognitivo – comportamentale e quello rogersiano ha prodotto un’apertura all’accoglienza del paziente e delle sue istanze ancora più attenta e profonda, mentre quella con l’approccio sistemico relazionale ha consentito una visione più ampia del contesto nel quale la problematica si inserisce. Ultimo, ma non certo per importanza, l’approccio psicoanalitico con la sua attenzione alla relazione terapeutica, ha stimolato studi nel campo del rapporto terapeutico, studi che hanno confermato l’importanza nel percorso clinico del fenomeno conosciuto come ”transfert”.
Nel suo libro Psicologia di gruppo e analisi dell’ego (1921-22) Freud aveva descritto i meccanismi di insight e reazioni di transfert all’interno dei gruppi. Egli tuttavia non aveva mai condotto gruppi di terapia. Fu Joseph H. Pratt (1922), un medico internista del Massachusetts General Hospital, che organizzò per primo dei gruppi di terapia con pazienti ammalati di tubercolosi. In ambito psichiatrico fu invece Jacob. L. Moreno (1898-1974), psichiatra rumeno, a coniare il termine di terapia di gruppo. Egli si era ispirato al Stegreiftheater (il teatro spontaneo di Vienna) per sviluppare il suo modello di trattamento di gruppo: lo psicodramma. In seguito altri autori applicarono questi principi nella pratica clinica. In particolare Trigant Burrow (1927) coniò il termine di analisi di gruppo, per indicare la terapia analitica in sedute di gruppo. Louis Wender negli anni ’30 applicò anch’egli i concetti psicoanalitici alla terapia di gruppo sostenendo che il gruppo ricrea la situazione familiare. Ma  il primo studioso probabilmente più significativo nello studio dei gruppi è Kurt Lewin (1947) che, introducendo il concetto di campo, ha evidenziato come il gruppo sia più che la somma dei singoli individui che lo compongono e ha coniato il termine dinamica di gruppo. Nell’ambito degli ospedali psichiatrici i primi esperimenti di terapia di gruppo risalgono agli inizi del ‘900 negli Stati Uniti con le comunità terapeutiche. Una delle prime comunità fu quella fondata da Menninger (1936) la Menninger Foundation in Kansas. Il trattamento ospedaliero si basava sulla premessa che diverse forme di interazione sociale potevano essere di beneficio ai soggetti affetti da varie forme di disagio mentale. In un’altra istituzione ospedaliera, Worcester State Hospital in Massachusetts, L. Cody Marsh, un prete poi diventato medico, leggeva ai pazienti psichiatrici alcuni testi sulle malattie psichiatriche e poi organizzava gruppi di discussione. Allo stesso modo al St. Elizabeth’s Hospital in Washington DC, Lazell (1921) teneva lezioni ai pazienti schizofrenici spiegando in termini psicoanalitici le origini dei loro disturbi. A seguito della seconda guerra mondiale e dell’alto numero di soggetti che tornarono dal fronte con disturbi psichici, anche in Inghilterra l’utilizzo dei gruppi in ambito clinico ha ricevuto notevole impulso. Tra gli altri è particolarmente significativa la figura di Wilfred R. Bion (1959), di formazione psicoanalitica, che ha formulato l’ipotesi che il gruppo abbia una vita mentale separata, con le sue dinamiche ed i suoi complessi stati emotivi. Sempre in questo periodo un altro autore Henry Ezriel (1950) descrisse il transfert tra i membri presi singolarmente e tra i membri ed il gruppo nel suo insieme.
A partire dagli anni ‘60 del secolo scorso le metodologie di gruppo hanno avuto una notevole spinta verso la sperimentazione, sia scientifica, sia professionale. Inizialmente sono state introdotte innovazioni di derivazione analitica ma adatte alla dinamica gruppale, come fatto da Berne nella sua opera Principles of Group Treatment.
Si afferma anche che il gruppo ha un suo pensiero, una sua “mente”, ed al proposito si può ricordare la nozione di rete in Foulkes. S.H. Foulkes (1898-1976), l’ideatore dell’indirizzo di studi denominato “gruppoanalitico”.  Foulkes quando iniziò a chiedersi che cosa sarebbe successo se i suoi pazienti, che conosceva bene individualmente, si fossero riuniti in gruppo, cominciò a raccogliere i frutti dei suoi studi precedenti, consolidando la sua convinzione che la dimensione intrapsichica, non può essere considerata separatamente dalle relazioni interpersonali, sia nel loro accadere storico che “nell’hic et nunc”: “Ciascun individuo è inevitabilmente determinato essenzialmente e principalmente dal mondo in cui vive, dalla comunità,  dal gruppo di cui egli è parte. La vecchia contrapposizione tra mondo interno e mondo esterno, tra costituzione e ambiente, individuo e società, fantasia e realtà, corpo e mente e così via non è più sostenibile. Non possono essere separati in nessuna fase l’uno dall’altro, se non grazie a un isolamento artificioso.” (S.H. Foulkes, 1948, p. 10, citato in A. Powell, La psiche e il mondo sociale). Successivamente Egli centrò il suo interesse prevalentemente sulla clinica gruppale e lavorò per ben quarant’anni con i piccoli gruppi. Mise a punto una metodologia non rigida attraverso cui giunse  alla costruzione di una ipotesi teorica secondo la quale l’individuo e l’intrapsichico potessero essere concepiti come biunivocamente collegati al multipersonale e al sociale. Non portò mai a compimento la sua elaborazione teorica della gruppoanalisi, ma, ciononostante, la sua teoria della tecnica si è rivelata particolarmente importante nel lavoro clinico con i gruppi. Nello stesso periodo si sviluppò la drammoterapia. Anche se, ad onor del vero, gli aspetti terapeutici del teatro erano già stati dimostrati molto tempo prima nel corso della storia. Infatti il concetto di catarsi fu introdotto già da Aristotele per esprimere il peculiare effetto che il dramma greco aveva sui suoi spettatori. Il termine catarsi deriva dal greco kátharsis, deriva da katháirein, “purificare“: la liberazione dell’individuo da una contaminazione che danneggia o corrompe la natura dell’uomo. Egli afferma: “Tragedia dunque e’ mimesi di un’azione seria e compiuta in se stessa, con una certa estensione; in un linguaggio abbellito di varie specie di abbellimenti, ma ciascuno, a suo luogo, nelle parti diverse; in forma drammatica e non narrativa; la quale, mediante una serie di casi che suscitano pietà’ e terrore, ha per effetto quello di sollevare e purificare l’animo da siffatte passioni“. Nella sua poetica egli sostiene che lo scopo del dramma e’ di purificare gli spettatori attraverso l’eccitazione artistica di alcune emozioni che funzionavano come un tipo di sollievo dalle loro passioni personali. L’evento scenico “traumatico” e’ la messa in atto di un conflitto e delle sue conseguenze fino all’estrema lacerazione. Assistervi consentirebbe tanto un coinvolgimento quanto una presa di distanza che renderebbero possibile un’osservazione più consapevole.
Jerzy Grotowski nel 1959 ha dato vita al Teatro Laboratorio che in seguito ha ricevuto lo status di “Istituto di ricerche sulla recitazione“. Egli propone la povertà in teatro, lo sfrondamento di tutti gli elementi parassitari per arrivare a svelare le ricchezze inesplorate di questa forma artistica. “Il teatro, grazie alla tecnica dell’attore, quest’arte in cui un organismo vivo lotta per motivi superiori, presenta una occasione di quel che potremmo definire integrazione, il rifiuto delle maschere, il palesamento della vera essenza: una totalità di reazioni fisico-mentali. Questa possibilità deve essere utilizzata in maniera disciplinata, con una piena consapevolezza delle responsabilità che essa implica. E’ in questo che possiamo scorgere la funzione terapeutica del teatro per l’umanità nella civiltà attuale” (Grotowski,1968).
Ma il vero precursore di questo processo e’ stato Jacob Levi Moreno, l’ideatore dello Psicodramma, psicoterapeuta eccentrico ed eclettico che già dal 1908 si era dedicato ad alcune esperienze di tipo sociale inaugurando di fatto il primo laboratorio teatrale di intervento nelle situazioni di margine. Egli si cimentò nella conduzione di un gruppo teatrale presso un parco della periferia di Vienna con alcuni ragazzini “difficili“. Questi si trasformarono presto in una compagnia dilettantesca in grado di mettere in scena storie di vita quotidiana. Moreno lavorò anche con un gruppo di prostitute di un ghetto viennese, rendendosi conto di come il gruppo funzionava da agente terapeutico.
Lo Psicodramma di J.L. Moreno, e’ una forma di psicoterapia di gruppo nella quale ciascun paziente “rappresenta” se stesso, dando forma drammatica (teatrale) alle proprie vicende interiori, passate o presenti, in una restituzione del senso della unitarietà della propria esperienza e della totalità della psiche, derivante dalla oggettivazione della propria dinamica psichica e dallo scambio relazionale instaurato nel gruppo. Nell’esperienza collettiva si realizza una catarsi delle tensioni, dei blocchi, del disagio profondo, come avveniva nelle rappresentazioni misteriche dell’antica Grecia. Moreno ha utilizzato la spontaneità come strumento di cambiamento personale e sociale, intuendo le grandi possibilità terapeutiche della recitazione libera.
In campo psicologico, nasce anche un filone di studi nel quale l’attenzione si sposta sui vissuti qui-ed-ora e sulla dimensione consapevole dell’esperienza. La consapevolezza può essere raggiunta attraverso l’auto-osservazione, che presuppone una certa distanza, una non identificazione con i contenuti mentali. La stessa non identificazione la ritroviamo in campo teatrale con Brecht che in contrasto alle tesi di Stanislavskij ribadisce la necessità di una distanza critica dell’attore nei confronti del personaggio e del testo. La distanza implica la distinzione tra l’azione e il riflettere sull’azione stessa, la separazione tra il ruolo e l’attore. Eppure la distanza si presenta in maniera paradossale, infatti l’operazione realizzata dal teatro consiste nell’ottenere il massimo dell’identificazione con il massimo della differenziazione, la partecipazione massima con un minimo di credenza.

 

 IL METODO

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Nella psicoterapia cognitivo comportamentale, l’analisi che precede l’intervento clinico viene chiamata “assessment“: con questo termine si intende qualcosa di più della classica diagnosi clinica. Infatti, mentre quest’ultima è volta a stigmatizzare un individuo quale depresso, fobico, iperteso o cefalagico e quindi a curarlo, in conseguenza dell’appartenenza ad una di tali categorie, con un particolare intervento terapeutico (sia esso farmacologico o psicologico), l’assessment è teso invece e scoprire per quale motivo un individuo soffre nel suo rapporto con l’ambiente e quindi aiuta lo psicoterapeuta nel decidere quali strategie terapeutiche adottare per aiutare il paziente. Posto che l’individuo Mario Rossi è Mario Rossi e non un generico depresso, bisogna tener conto del fatto che egli avrà avuto esperienze – e quindi condizionamenti ambientali – probabilmente diverse da quelle del signor Giuseppe Bianchi, anch’egli definibile depresso attraverso una diagnosi classica. Per tale ragione uno psicoterapeuta cognitivo-comportamentale predisporrà per Mario Rossi un intervento diverso da quello idoneo per il signor Bianchi e forse adotterà lo stesso tipo di trattamento per Gino Baffi, che soffre di cefalea: infatti, per la programmazione di un intervento, ciò che interessa non è se Mario Rossi sia un depresso, piuttosto come mai egli ha cominciato a soffrire (cause scatenanti), come mai soffre ancora oggi (cause di mantenimento) e se esistono attualmente i fattori di rischio che hanno permesso l’instaurarsi del problema (cause predisponenti); solo conoscendo tutto ciò è possibile aiutare il paziente. L’assessment consiste, quindi, nella: “valutazione di un caso per definire un programma di intervento”.
L’obiettivo principale della psicoterapia cognitivo comportamentale  è quello di ridurre i sintomi del disturbo psicologico modificando gli elementi della percezione e gli stili di pensiero disadattavi che sono alla base dei processi mentali che portano la persona a comportarsi in modo inadeguato al raggiungimento dei propri obiettivi di vita ed a sviluppare quei sintomi che causano il suo stato di malessere psichico. A seconda dei disturbi psicologici nella quale la psicoterapia cognitivo comportamentale viene applicata si sviluppano diverse strategie terapeutiche. Nella psicoterapia cognitivo comportamentale l’analizzando ha un ruolo fondamentale nel raggiungimento di buoni risultati  del lavoro clinico. Infatti, sin dalla fase diagnostica, egli è coinvolto in modo attivo nella raccolta dei dati che lo riguardano: dovrà riempire questionari self report e schede di osservazione del proprio comportamento e i risultati verranno condivisi con lui, così come la progettazione dell’intervento che seguirà alla fase di assessment. Questo approccio viene trasferito nella Psicoterapia Cognitivo Comportamentale di Gruppo (CBGT), che pone un forte accento sulla interazione e la cooperazione tra i partecipanti al Gruppo piuttosto che su quella tra lo psicoterapeuta e l’analizzando.
Nel Gruppo alcuni principi sono da considerarsi basilari ed è quindi importante tenerne conto:
– La Riservatezza: mantenere il segreto sulle informazioni che i partecipanti condividono durante gli incontri, divieto di audio e videoregistrare.
–  Il Dialogo come principio fondamentale per la prassi. Dialogare presuppone riconoscere l’Altro come attore sociale e rispettare le sue condizioni di costruttore di conoscenza e produttore di una storia. Questa relazione, fondata sul rispetto reciproco, deve arricchire non solo i membri della relazione in sé, ma anche la totalità delle relazioni nel gruppo. Lavorare con le persone, i gruppi e le comunità significa non solo riconoscere l’altro come soggetto attivo, portatore di risorse e bisogni, ma anche valorizzare l’altro, le sue reti, la sua storia e, in nome di ciò che accomuna, condividere una progettualità che renda la vita degna di essere vissuta.
–  La Coscientizzazione: La coscientizzazione si definisce come il processo mediante il quale la coscienza critica giunge alla comprensione delle circostanze della vita, individuandone le relazioni causali. Questa è la coscienza del carattere dinamico che hanno le nostre relazioni nel mondo, della nostra capacità di denunciare le situazioni critiche  nelle quali ci si trova a vivere. Riassumendo, intendiamo per coscientizzazione il processo cognitivo ed emozionale che porta a rendersi conto, a essere cosciente, delle circostanze che influiscono nelle condizioni di vita in cui viviamo.
–  La De-ideologizzazione: de-strutturazione delle letture preconcette della realtà e costruzione della capacità di leggere criticamente ciò che accade nella realtà circostante; destrutturazione delle dinamiche sottintese mediante la produzione di nuovi modi di comprendere tanto il contesto di vita della persona quanto le circostanze della sua vita, come un tutt’uno. Implica pertanto la costruzione di un processo di conoscenza, che conduce a stabilire cause e nessi che contrastano con la mancanza di una conoscenza adeguata per leggere le dinamiche dei problemi, che accompagna spesso un certo stato di impotenza.
–  La De-alienazione: processo di comprensione della relazione tra le cose e i fatti che appaiono come al di sopra delle persone stesse e quindi comprensione di come niente potrebbe esistere senza la loro azione; pertanto tutto può essere trasformato e persino eliminato, producendo in questo modo la rottura di un atteggiamento passivo e acritico, mostrando così la capacità creativa e attiva del soggetto.
–   Il superamento del Vissuto di colpa, da sostituire con il Senso di responsabilità: capacità di accettare l’accaduto anche se particolarmente sgradevole, senza negare le emozioni negative che ne derivano, superando le possibili vittimizzazioni concentrandosi su:
a) la capacità di assumere nelle proprie mani la responsabilità della propria esistenza, credendo in se stessi e nella concreta possibilità di riuscire a risolvere i propri problemi;
b) la capacità di avere fiducia  negli altri, di chiedere loro aiuto e di accettarlo, ma soprattutto di instaurare delle relazioni stabili e sicure con persone affidabili;
c) la fortuna di incontrare nel proprio cammino delle persone disposte ad offrire non solo e non tanto degli aiuti materiali, quanto piuttosto appoggio, sostegno e incoraggiamento.
Aspetti e caratteristiche fondamentali della psicoterapia di gruppo sono:
– Coscienza di non essere gli unici ad avere il problema.
– Costruire un setting sicuro, accogliente e non giudicante.
– Offrire sostegno attraverso la condivisione di esperienze/informazioni utili.
– Aumentare autostima e fiducia attraverso i punti di forza del gruppo.
– Condivisione della storia famigliare e rielaborazione della stessa.
– Comprensione e condivisione senza essere criticati.
– Apprendimento imitativo da più persone.
– Ricevere feedback costruttivi dal gruppo e dal terapeuta.

Nei gruppi di psicoterapia viene data particolare importanza al raggiungimento dei seguenti obiettivi:
– Alleviare il dolore, il senso di colpa, e lo stress attraverso la condivisione.
– Apprendimento e Sviluppo di tecniche in modo sicuro e condiviso.
– Possibilità di progressi individuali e condivisi nelle diverse fasi del percorso.condivisione e confronto;
– Acquisizione di una maggiore consapevolezza dei meccanismi che rendono la sofferenza persistente;
– Apprendimento di specifiche tecniche per la gestione delle emozioni negative;
– Potenziamento delle proprie abilità personali verso un maggiore benessere psicofisico.

A prescindere dall’orientamento di base del gruppo terapeutico, alcune funzioni sono presenti in ciascuna terapia di gruppo. Secondo Yalom, i fattori terapeutici generali validi per tutti gli approcci gruppali sono:
universalità: il paziente trae beneficio dal rendersi conto che tutti i suoi sintomi possano essere condivisi;
acquisizione di nuove informazioni: la pluralità che caratterizza il gruppo è fonte, inevitabilmente, di notizie e chiarimenti sui problemi condivisi;
instillazione di speranza: il farsi coraggio vicendevolmente mobilità l’ottimismo tra i partecipanti e la sensazione di potercela fare;
cambiamento del copione familiare: il gruppo consente la messa in scena, attraverso un delicato gioco di transfert e controtransfert, di vecchi drammi familiari, che con la presenza esperta del terapeuta possono essere rivisitati e cambiati al fine di raggiungere migliori livelli di benessere;
altruismo: i partecipanti al gruppo sperimentano l’importante vissuto di essere non solo bisognosi ma anche competenti e in grado di soddisfare richieste altrui, attraverso le loro indicazioni o suggerimenti;
sviluppo di tecniche di socializzazione: il gruppo svolge una fondamentale funzione di specchio. I partecipanti attraverso feedback e risposte aiutano e sono aiutati nell’acquisizione di una più accurata autopercezione. La nuova consapevolezza è alla base per un successivo cambiamento di interazione sociale;
comportamento imitativo: ogni paziente ha la possibilità di osservare e prendere a modello gli aspetti positivi del comportamento degli altri partecipanti e del terapeuta;
apprendimento interpersonale: ogni partecipante, per migliorare la propria patologia, deve attraversare diversi stadi. In primo luogo è indispensabile rendersi conto delle proprie modalità di interazione sociale e delle conseguenze che esse hanno sugli altri e su se stesso, quindi, deve modificare tali modalità, attraverso la sperimentazione, nel gruppo, di nuovi comportamenti e infine deve verificare se essi risultano effettivamente più adeguati e rispettosi per tutti;
coesione di gruppo: i partecipanti sperimentano la sensazione che qualcosa di importante sta per avvenire all’interno di un contesto protetto e accogliente. La coesione di gruppo altro non è che la percezione dell’esistenza di un setting o un contenitore le cui “pareti” sono formate dai vari membri e dalla loro voglia di far parte del gruppo;
catarsi: il contesto gruppale sviluppa la potenzialità liberatoria attraverso l’immedesimazione nell’altro e nelle sue problematiche;
fattori esistenziali: non costituiscono di per se un fattore di cambiamento ma una consapevolezza necessaria affinché gli eventi avversi della vita possano essere vissuti con meno drammaticità. Essi comprendono la responsabilità, la solitudine, il senso dell’esistenza, la morte.
Alla base del buon funzionamento del gruppo vi sono poi delle regole, che consentono ad ognuno di rispettare la libertà degli altri:
– La riservatezza e confidenzialità: non si deve parlare al di fuori di quanto accade nel gruppo. La discrezione darà la libertà necessaria per esprimersi liberamente.
– L’astinenza da relazioni sessuali tra i componenti del gruppo: relazioni speciali esterne inibiscono a vicenda i partecipanti coinvolti.
– Il non fumare: consente di utilizzare creativamente le motivazioni e le tensioni che portano al fumare.
– Il tempo a disposizione fisso: fa si che ognuno utilizzi il gruppo lasciando spazio agli altri.
– Esprimersi invece di dialogare: durante tutte le fasi dell’incontro di gruppo non è consentito dialogare con la persona che in quel momento ha la parola, anche quando si viene direttamente interpellati da essa.
– Il basta davvero: è una formula convenzionale che, pronunziata da chi sta compiendo un’esplorazione in profondità, gli permette di interrompere il suo lavoro, richiamando il gruppo a sospendere e fermare del tutto ed immediatamente l’interazione in corso.
– L’esclusione di osservatori occasionali: permette al gruppo, libero di interferenze esterne, di raggiungere progressivamente coesione, solidarietà, complicità ed intimità.

 

IL TERAPEUTA

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Il gruppo presenta delle peculiari caratteristiche che facilitano  lo sviluppo di relazioni, la nascita di legami identificativi, la creazione di una cultura comune e potenti meccanismi trasformativi. Il gruppo, infatti, non è la semplice somma degli individui che lo compongono, in quanto al suo interno operano delle dinamiche che creano un effetto moltiplicatore delle energie umane in esso presente. Il gruppo è, infatti, al tempo stesso, sia un contenitore, sia un’esperienza. Di  conseguenza  i gruppi psicoterapeutici hanno proprietà curative che vanno ben oltre il superamento del senso di alienazione, dell’isolamento sociale e della possibilità di condividere il proprio disagio con altre persone. L’elaborazione delle vicende individuali avviene in relazione a quanto accade nel gruppo e ai fenomeni che nello stesso si manifestano, pertanto ogni evoluzione e crescita personale diviene un elemento utile e potenzialmente trasformativo per tutti i membri del gruppo.
Nella psicoterapia di gruppo la relazione è stabilita direttamente con “l’alterità” cioè con il “gruppo”. Lo “spazio” del gruppo da la possibilità ai partecipanti di ricreare in  una sorta di  microcosmo le relazioni parentali e significative ed è possibile vederle nel “qui ed ora”, dal vivo. Ciò costituisce una forte spinta al cambiamento, che attraversa i piani di esperienza  di sé, della propria storia familiare, relazionale e culturale. (Lo Verso 1994). Inoltre nel gruppo c’è un concetto di scambio che va al di là dell’idea di essere generosi o altruisti. Più precisamente sussiste l’idea di dare senza perdere quello che si è dato o del ricevere senza portare via.  Si ritiene, infatti, che ogni membro del gruppo trarrà beneficio se tutti i partecipanti sono aiutati ad aprirsi e a rendere pubblico ciò che si tengono stretti. Se il gruppo va bene viene riconosciuto che non si perde nulla nel rendere il privato pubblico e ciò che viene svelato rimane proprietà privata, ma del gruppo piuttosto che del singolo individuo.(Zinkin L. 1996).
La seduta di gruppo ha una sua struttura e attraversa delle fasi che corrispondono alle fasi di precontatto (inizio), contatto (durante) e postcontatto (fine). Nella fase iniziale i membri del gruppo sono invitati a partecipare brevemente a turno del loro vissuto iniziale: sentimenti, aspettative e a prenotarsi eventualmente per un’esplorazione. Inizia quindi la fase del vero e proprio lavoro in gruppo. Chi si è prenotato per prima inizia a parlare. Durante questa esperienza individuale egli utilizza il gruppo per sé con l’aiuto dello psicoterapeuta. Infatti, uno o più membri del gruppo possono essere chiamati a partecipare al lavoro in qualità di personaggi e/o figure dell’esistenza e/o dell’immaginazione di chi sta lavorando. Essi, astenendosi dall’intervento, favoriscono l’esplorazione del partecipante. Al termine del lavoro lo psicoterapeuta chiede a chi ha effettuato l’esplorazione se vuole ricevere un feedback da qualcuno. I membri del gruppo, chiamati a dare un feedback, esprimono le percezioni, i vissuti, gli immaginari, i sentimenti generati in loro dall’esperienza di esplorazione individuale a cui hanno assistito o partecipato. In questo modo la persona che ha lavorato rielabora la sua esplorazione, arricchendola e amplificandola attraverso l’altro. La nuova consapevolezza evidenzia come il soggetto produce ciò che lamenta e come mutare creativamente le future interazioni. Accade di sovente che  il gruppo diventa parallelo ad una psicoterapia individuale. In tal modo i pazienti possono vivere e comprendere meglio alcune caratteristiche delle loro relazioni in una situazione che è al tempo stesso naturale e complessa rispetto all’interazione a due voci tipica della psicoterapia classica.
La Psicoterapia di Gruppo utilizza una Tipologia di Setting d’intervento suo propria che può essere sinteticamente così descritta:
– Ogni incontro ha la durata di un’ora e mezza.
– Gli incontri si svolgono generalmente cadenza settimanale o bisettimanale.
– I conduttori e i partecipanti siedono in circolo nella stanza.
– I conduttori iniziano con una breve comunicazione introduttiva, volta a specificare che i partecipanti sono invitati a condividere i vissuti personali che emergeranno durante l’incontro e ad esplorare i loro possibili significati, insieme a quelli degli altri partecipanti. Implicitamente ciò servirà a comprendere che i vissuti psicologici non sono proprietà privata del sognatore, quanto piuttosto qualcosa di condiviso e comune.
– Il lavoro durante gli incontri può cominciare con la narrazione di un evento, un racconto, una fiaba, un mito o un sogno da parte di uno dei conduttori o di uno qualsiasi dei partecipanti al gruppo, oppure con una domanda diretta posta ai convenuti da uno dei due conduttori.
– Può essere fatto un breve discorso introduttivo con il quale comunicare le informazioni basilari; le indicazioni fornite all’inizio della prima seduta, comunque, saranno brevi e sintetiche. Sarà anche possibile consegnare all’inizio dell’incontro, o fare pervenire preventivamente ai partecipanti, un testo scritto contenente del materiale stimolo per la successiva discussione (ad esempio un racconto, un mito o un fatto di cronaca), preferibilmente da leggere durante la settimana precedente l’incontro.
– Altre poche regole che possono favorire il buon andamento degli incontri sono le seguenti: permettere ai singoli partecipanti di parlare per non più di cinque minuti, in modo da lasciare a ciascuno uno spazio adeguato per intervenire; evitare di rispondere a domande poste direttamente solo ad uno dei partecipanti e di ingaggiare discussioni solo con una persona. Scopo di queste indicazioni è di fornire a tutti l’opportunità di parlare.
Si parla di terapia di gruppo quando la terapia si basa sull’interazione dei membri del gruppo. E’ infatti proprio questa interazione, questo confronto, a svolgere un’azione terapeutica. Tale azione consiste in generale nel fornire un senso di supporto e appoggio ai membri del gruppo, aiutandoli a provare sollievo dai sintomi, aumentare l’autostima e sentirsi liberi di riprendere in mano la propria vita. Nel contesto del gruppo i membri possono acquisire nuove conoscenze o capacità sociali e sono più a loro agio nello sperimentarle. Durante i gruppi lo psicoterapeuta può valutare aspetti della personalità dei singoli ed il loro modo di rapportarsi agli altri, aggiungendo indicazioni utili ad un inquadramento diagnostico. Sarà anche possibile esplorare eventi passati che abbiano potuto determinare la sintomatologia attuale. Il lavoro con esperienze passate può essere svolto anche esplorando contenuti inconsci attraverso i sogni, grazie all’utilizzo di tecniche di interpretazione. Inoltre i soggetti di un gruppo possono sviluppare capacità di relazione interpersonale ed imparare strategie per risolvere problemi.
Gli approcci terapeutici gruppali presentano alcuni vantaggi e svantaggi:
I vantaggi rispetto a quelli classici “duali”: permettono di trattare più persone con minori risorse (uno o due terapeuti gestiscono gruppi di 8-12 persone); sono più economiche per i pazienti (che si suddividono la spesa relativa all’onorario dello psicoterapeuta); sono cost-effective per i Sistemi Sanitari (migliore efficienza della spesa); permettono soprattutto di sfruttare gli specifici processi psicologici di gruppo all’interno della relazione clinica, per migliorare l’efficacia di alcuni tipi di intervento. In molte occasioni, il gruppo si pone infatti come “terzo elemento” della relazione terapeutica, permettendo ai pazienti di osservare e comprendere meglio i propri pattern relazionali in un contesto più naturale e complesso rispetto alla semplice interazione diadica col terapeuta. L’osservazione delle interazioni altrui, e di quelle del gruppo nel suo insieme, permette inoltre di derivare importanti inferenze su dinamiche comunicative e di ruolo spesso di notevole rilievo clinico. Le dinamiche interattive del gruppo sono infatti in molti casi uno degli elementi fondamentali del materiale clinico utilizzato, assieme alle esperienze passate dei componenti del gruppo ed alle loro esperienze di vita al di fuori del gruppo.
– Gli svantaggi sono rappresentanti dalla minore efficacia clinica per certi tipi di problematiche cliniche, dalla necessità di una formazione specialistica per gli operatori, dalla difficoltà di gestire certi tipi di dinamiche di gruppo, dall’imbarazzo di molti pazienti di interagire in un setting clinico gruppale.

 

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

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LA STRUTTURA

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La Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Cognitivo Comportamentale è stata strutturata con l’intento di caratterizzare la formazione attraverso una forte connotazione esperienziale, senza per questo trascurare le conoscenze teoriche di base.
Il percorso, articolato in 4 annualità, prevede 7 moduli:
– Insegnamenti teorici di carattere generale
– Formazione professionale specifica
– Laboratori
– Terapia personale
– Supervisione
– Verifiche
– Tirocinio

Nel primo modulo sono ripresi e ampliati tutti quei contenuti che dovrebbero essere già patrimonio conoscitivo degli allievi (come la psicologia generale e la psicopatologia), senza tralasciare gli approfondimenti relativi ai diversi indirizzi psicoterapici, alla psichiatria, alla psicologia della salute e alla psicodiagnostica.
Nel secondo modulo, che costituisce l’asse portante della formazione, vengono affrontate le diverse prospettive della TCC di gruppo nell’assessment e nell’intervento sia con i bambini e gli adolescenti, sia con gli adulti e le persone anziane, senza trascurare le competenze trasversali, quali il colloquio clinico e la relazione terapeutica.
Il terzo modulo è dedicato ai Laboratori che, nel corso delle specifiche annualità, offrono la possibilità di conoscere ed acquisire tecniche via via più complesse e raffinate, includendo i percorsi innovativi relativi alle tecnologie informatiche..
La terapia personale, alla quale viene dedicato il quarto modulo, è da intendersi come possibilità offerta agli allievi per approfondire a livello individuale e/o di gruppo specifici aspetti della propria personalità, i propri pensieri ed emozioni, che determinano le proprie mappe cognitive di lettura della realtà, quindi il personale modo di vedere sé stessi ed il mondo circostante che determina il nostro modo di vivere.
La supervisione clinica che fa parte del quinto modulo è uno spazio nel quale gli allievi avranno modo di confrontarsi tra loro e con i docenti supervisori sui casi che stanno seguendo, sia per quanto riguarda gli aspetti tecnici che per le risonanze emotive a livello individuale. E’ senza dubbio uno dei momenti privilegiati per la crescita professionale e personale.
Le verifiche degli apprendimenti, nel sesto modulo, consentiranno agli allievi il personale riscontro delle competenze acquisite e ai docenti di cogliere le eventuali situazioni di criticità. La verifica dei Tirocinio, effettuato presso idonee strutture accreditate, costituirà un ulteriore disamina teorico-pratica delle esperienze vissute e delle abilità conseguite.
Il Tirocinio del settimo modulo rappresenta la fase privilegiata per entrare in contatto diretto con la realtà professionale, attraverso l’osservazione di colleghi esperti al lavoro e la partecipazione diretta o indiretta ai vari processi.

(clicca per visualizzare il  monte ore annuo)

 

 COMITATO SCIENTIFICO

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– Prof. Paolo MEAZZINI – Presidente del Comitato Scientifico. Già Professore Ordinario di Psicologia Clinica e Psicoterapia individuale – Facoltà di Psicologia dell’Università La Sapienza di Roma, Professore ordinario in congedo – Università di Trieste, Padova, Roma, La Sapienza, Udine; Professore a contratto Università Salesiana di Venezia; Presidente della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Cognitivo- Comportamentale dell’adulto e dell’età evolutiva “Training School” di Roma (riconosciuta dal MIUR); Presidente onorario Associazione Italiana Psicoterapia Cognitivo Comportamentale di Gruppo (AIPCCG).

– Prof. Antonino URSO – Psicologo e psicoterapeuta, prof. inc. (Psicologia Sociale e Psicodinamica della Famiglia e dell’Età Evolutiva) c/o la Facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università San Tommaso di Roma, Presidente Associazione Italiana Psicoterapia Cognitivo Comportamentale di Gruppo (AIPCCG), Docente/Didatta Scuola di Psicoterapia Cognitivo – Comportamentale dell’adulto e dell’età evolutiva (Training School di Roma).

– Prof. Giacomo BORTONE – Psicologo e psicoterapeuta cognitivo comportamentale; vicePresidente Associazione Italiana Psicoterapia Cognitivo Comportamentale di Gruppo; già Presidente AVIOS; già docente a contratto di “Psicologia della Formazione” e del “Laboratorio di Psicologia dei gruppi” nella Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi “Roma Tre”; già docente a contratto di “Psicologia dello sviluppo”, di “Psicologia dello sviluppo” e di “Psicologia sociale” alla SSIS del Lazio.

 

 IL DIRETTORE

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– Prof. Antonino URSO – Predetto.

 

DOCENTI

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– dott.ssa Giuliana APICELLA –Psicologo e psicoterapeuta cognitivo comportamentale, Segretario nazionale Associazione Italiana Psicoterapia Cognitivo Comportamentale di Gruppo; iscritta all’Elenco degli Psicoterapeuti Cognitivo Comportamentali di Gruppo dell’AIPCC;
– dott.ssa Cinzia BENDIN– Psicologo e psicoterapeuta cognitivo comportamentale; iscritta all’Elenco degli Psicoterapeuti Cognitivo Comportamentali di Gruppo dell’AIPCC.
– prof. Giacomo BORTONE- Predetto
– prof. Paolo CAPRI– Professore Ordinario TD di Psicologia Clinica, insegnamento di Psicologia Giuridica e Criminologia (M-Psi/08) della Facoltà di Scienze e Tecniche Psicologiche del Corso di Laurea Specialistica in Psicologia Clinica e di Comunità, Università Europea di Roma; docente e relatore di Psicologia Giuridica per i Corsi di Formazione per magistrati organizzati dal Consiglio Superiore della Magistratura CSM; Direttore scientifico e docente del Corso di Formazione in Psicologia Giuridica, Psicopatologia e Psicodiagnostica Forense. Teoria e Tecnica della Perizia e della Consulenza Tecnica in ambito Civile e Penale, adulti e minorile dell’Istituto di Formazione e Ricerca Scientifica CEIPA.
– prof.ssa Flavia CARETTO- Psicologa, Psicoterapeuta; professore a contratto  all’Università di Roma Tre nella Scuola di Specializzazione per l’Insegnamento Secondario dove conduce un laboratorio sull’autismo e sull’approccio TEACCH.; coordinatrice del Corso Integrato in Psicologia, Pedagogia e Psicologia Generale e docente di Psicologia dello Sviluppo e dell’ Educazione e Psicologia Clinica c/o  il Corso di Laurea in Terapia della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. Autrice di circa venti lavori tra nazionali ed internazionali, si è formata negli Stati Uniti sull’autismo.
– prof. Giorgio CAVALLERO – Psicologo psicoterapeuta; Docente/Didatta e Direttore della Scuola quadriennale di Specializzazione in Psicoterapia ad indirizzo analitico transazionale. Presidente della Società Italiana di Analisi Transazionale (SIAT) dal 1994 al 1998. Membro della Commissione Deontologica dell’Ordine degli Psicologi del Lazio dal 2010;  Membro del Comitato Scientifico della SIPSIC (Società Italiana di Psicoterapia).
– dott.ssa Olga CHIAIA – Psicologa e psicoterapeuta, specializzata in Psicoterapia Cognitivo Comportamentale; iscritta all’Elenco degli Psicoterapeuti Cognitivo Comportamentali di Gruppo dell’AIPCC.
– prof. Francesco COMPAGNONI – Professore ordinario (Bioetica) della Facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università San Tommaso, è stato Rettore della Pontificia Università San Tommaso “Angelicum” dal 2001 al 2005. Già Presidente dell’Associazione Teologica Italiana per lo studio della Morale (ATISM).
– prof. Paolo CRUCIANI – Psicoanalista S.P.I.; Docente in quiescenza di Psicologia Clinica della Facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università La Sapienza di Roma; professore a contratto di “Psicologia della personalità”, “Psicodinamica di comunità” e “Psicologia clinica” nel corso di Laurea in Psicologia della Facoltà di Scienze della Formazione della L.U.M.S.A. Vice Presidente dell’Ordine degli Psicologi del Lazio (2007 – 2014).
– prof.ssa Teresa DI BONITO – Psicologo e Psicoterapeuta. prof. inc. di Psicologia Istituto Mater Ecclesiae della Pontificia Università San Tommaso di Roma, Responsabile Sportello di Ascolto Psicologico della Pontificia Università San Tommaso e iscritta all’Elenco degli Psicoterapeuti Cognitivo Comportamentali di Gruppo dell’AIPCC.
– dott. Tommaso DI STEFANO – Psicologo e psicoterapeuta cognitivo comportamentale; docente in corsi di formazione rivolti a docenti delle scuole di ogni ordine e grado in Abruzzo, Lazio e Puglia. Consigliere dell’Ordine degli Psicologi della Regione Abruzzo ha ricoperto, in tale ambito, l’incarico di responsabile per la Psicoterapia.
– dott. Massimo DONNINI – Medico Chirurgo, specialista in psichiatria.
– dott.ssa Maria Alessandra FORLINI – Psicologa, psicoterapeuta e Mediatrice Familiare A.I.Me.F. (Associazione Italiana Mediatori Familiari). Specializzata in Psicoterapia Cognitivo – Comportamentale presso l’Istituto Walden di Roma; iscritta all’Elenco degli Psicoterapeuti Cognitivo Comportamentali di Gruppo dell’AIPCCG.
– dott.ssa Fabiola FORTUNA – Psicologa – Psicoterapeuta, Presidente e Membro Didatta S.I.Ps.A, Docente e Membro Direttivo del Centro Studi e Ricerche COIRAG, Membro della SEPT.
– dott. Ivano GAGLIARDINI – Docente/Didatta Scuola di Psicoterapia Cognitivo – Comportamentale dell’adulto e dell’età evolutiva (Training School). Psicologo e Psicoterapeuta; iscritto all’Elenco degli Psicoterapeuti Cognitivo Comportamentali di Gruppo dell’AIPCC; ha collaborato con i prof. D. Carnine e W.C. Becker dell’Università dell’Oregon all’adattamento italiano del curricolo DISTAR per la prevenzione ed il trattamento dei disturbi d’apprendimento; È autore di circa sessanta lavori tra monografie e articoli su riviste nazionali.
– dott.ssa Annunziata GALLIZZI – Psicologa e psicoterapeuta, specializzata in Psicoterapia Cognitivo – Comportamentale presso l’Istituto Walden di Roma.
– dott.ssa Maria GALLUCCIO – Psicologa e psicoterapeuta.
– prof.ssa Marina GASPARINI – Psicologa e psicoterapeuta. Docente della facoltà di medicina dell’università La Sapienza di Roma, docente della Scuola cognitivo comportamentale dell’adulto e dell’età evolutiva (Training School) di Roma.
– dott.ssa Gabriella GRAZIANO – Psicologa e psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale; Consulente Policlinico Militare Celio di Roma: Consultorio Psicologico  e RSA Anzio; iscritta all’Elenco degli Psicoterapeuti Cognitivo Comportamentali di Gruppo dell’AIPCC.
– dott.ssa Giuseppina GRAZIOSO – Psicologa e psicoterapeuta, specializzata in Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale presso l’Istituto Walden di Roma.
– dott.ssa Letizia MANNINO – Psicologa e psicoterapeuta.
– dott.ssa Laura MUZI – Laurea Magistrale in Psicologia Clinica-Dinamica nell’Infanzia, nell’Adolescenza e nella Famiglia. Ricercatrice c/o Dipartimento di Psicologia Dinamica e Clinica,facoltà di Medicina e Psicologia, Sapienza Università di Roma.
– dott. Andrea POLIDORO – Medico Chirurgo – Psichiatra, Responsabile Sanitario presso la Comunità psichiatrica terapeutico-riabilitativa “Esserci” e presso la Comunità socio-riabilitativa “La Margherita”, a Terracina (LT); Consulente Psichiatra presso il Centro di Psicoterapia e Psicopedagogia di Roma.
– dott. ssa Annalisa SCEPI – Psicologa – Psicoterapeuta, Presidente e Direttore di Sede per la Formazione presso “Obiettivo Uomo” – Società Cooperativa Sociale ONLUS; Supervisore Progetti Clinici; Membro SIPsA e COIRAG.
– dott.ssa Giorgia SCIAMPLICOTTI – Psicologa, Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale; iscritta all’Elenco degli Psicoterapeuti Cognitivo Comportamentali di Gruppo dell’AIPCC.
prof Pietro STAMPA – Psicologo Psicoterapeuta. Vicepresidente dell’Ordine degli Psicologi del Lazio. Coordinatore della Commissione Deontologica dell’Ordine degli Psicologi del Lazio.
– prof.ssa  Annalisa TANZILLI – Psicologa. Ricercatrice c/o Dipartimento di Psicologia Dinamica e Clinica,facoltà di Medicina e Psicologia, Sapienza Università di Roma.
prof Antonino URSO – Predetto.
– prof.ssa Marialori ZACCARIA- Psicologa e psicoterapeuta; Dirigente Psicologo in qui scienza nel SSN; Socio fondatore del Centro Ricerche Psicoanalitiche di Gruppo “Il Pollaiolo” di Roma;  Presidente del Centro Ricerche Psicoanalitiche di Gruppo “Il Pollaiolo” di Roma dal 1991 al 1994;  Membro ordinario e didatta con funzioni di training dell’Istituto Italiano di Psicoanalisi di Gruppo associato alla European Psychoanalytic Psychotherapy;  Presidente Ordine degli Psicologi del Lazio (2007 – 2014).
– dott. Fabio ZAGO – Psicologo e psicoterapeuta cognitivo comportamentale.

 

DESTINATARI

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Alla Scuola di Specializzazione sono ammessi i laureati in Psicologia o in Medicina e Chirurgia in possesso del relativo diploma di abilitazione all’esercizio della professione.

 

 AMMISSIONE

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I criteri di selezione e ammissione saranno resi noti  a breve.

 

SEDE E FREQUENZA

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La formazione professionale specifica, gli insegnamenti teorici e le attività seminariali avrà luogo presso l’Istituto di Alta Formazione in via G. Baglivi n° 6 – 00161 Roma.
Le attività di tirocinio saranno organizzate nelle sedi indicate, ed in altre più vicine alle località dello specializzando, in compatibilità con gli spazi disponibili.
Gli incontri relativi a ciascun argomento di formazione avranno una frequenza di una / due volte al mese.

I giorni di frequenza per il I ANNO, saranno Venerdì e Sabato (dalle 09.00 alle 18.00) .

Il calendario sarà disponibile a breve.

 

QUOTA DI PARTECIPAZIONE

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Una volta ammessi alla Scuola di Specializzazione, occorrerà versare la quota di iscrizione che, per l’anno formativo 2017 è fissata a € 3.000,00 , più bolli da € 2,00.
Tempi e modalità per il versamento della quota saranno rese noti a breve.

 

 

INFORMAZIONI GENERALI

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– Contatti.
– Dove siamo.
– Regolamento d’Istituto (si consiglia di prenderne visione prima di procedere all’iscrizione).